Quale futuro per la cultura? #salvalacultura

Bisognerà aspettare ancora un paio di settimane per veder riconosciuto ufficialmente l’annunciato fallimento del progetto della Superfondazione. Solo allora, a bando chiuso, sarà finalmente inevitabile constatare che quanto denunciato già nel 2013 in Sala Rossa da Chiara Appendino era verità: impossibile portare avanti una simile operazione senza predisporre un business plan, nè uno studio di fattibilità e tantomeno un progetto culturale.

Ma si è deciso comunque di proseguire con questa farsa, descrivendola dapprima come imperdibile occasione di risparmio (si parlava addirittura di una riduzione dei costi del 30%, non si sa bene in base a quali calcoli!), ora come unica possibilità di salvezza per il sistema dell’arte moderna e contemporanea, e in particolare per il Museo di Rivoli, da anni sull’orlo del baratro.
E fa un po’ sorridere, volendo proprio cogliere il lato comico della questione, apprendere che la Compagnia di San Paolo sta conducendo in questi giorni uno studio per verificare gli effettivi risparmi derivanti dall’unione del Castello di Rivoli e della Gam. Quello che avrebbe dovuto essere il punto di partenza arriva alla fine!

Il Piemonte, che storicamente è sempre stato davanti ad altre regioni per la promozione dell’arte contemporanea con ingenti investimenti, rischia di disperdere il valore strategico dell’enorme mole di collezioni a causa della mancanza di visione futura e progettualità .

E mentre i dati sui flussi turistici delle festività premiano le “eccellenze” torinesi e testimoniano che la cultura potrebbe veramente essere il punto di forza della nostra economia, il sistema culturale risponde mostrando tutte le sue carenze e contraddizioni. A partire dalla chiusura di un piano della Galleria Sabauda per mancanza di personale e proseguendo con l’incuria evidenziata dall’indagine di Guariniello sui sistemi antincendio di Palazzo Reale, per citare solo i due casi più eclatanti.

E poi ci sono i fallimenti di ambiziosi progetti che sembravano avere grandi potenzialità all’avvio, ma si sono dimostrati incapaci nel tempo di attrarre l’interesse dei privati. Come nel caso del Centro del Cavallo, costato nel 2007 oltre 10 milioni di Fondi Europei e sopravvissuto finora unicamente grazie a contributi regionali. Vedremo nei prossimi giorni se gli appelli dell’assessore Parigi al ritorno del mecenatismo faranno breccia nel cuore, ma soprattutto nel portafoglio, di qualche aspirante gestore.

Intanto le piccole realtà private e le tante associazioni culturali che arricchiscono il panorama culturale rischiano una triste fine a causa della destinazione della maggior parte di quello che resta dei fondi per la cultura alle organizzazioni amiche di questo o quel politico.
In tempi di ristrettezze economiche diventano infatti fondamentali i rapporti e gli equilibri tra le istituzioni che compartecipano alla gestione di molti enti, fondazioni, teatri. E finora il “sistema” pare non avere intenzione di abbandonare la vecchia abitudine di procedere tramite nomine dirette, adducendo di volta in volta come scusa l’urgenza, la temporaneità della carica o, addirittura, l’evidente e incontrovertibile superiorità di competenze del nominato di turno.

E recentemente abbiamo addirittura assistito ad un intervento a gamba tesa da parte del Ministro dei Beni Artistici e culturali Dario Franceschini, che avrebbe di fatto impedito l’apertura di un bando per la Reggia di Venaria, imponendo come direttore amministrativo Turetta, affiancato dal pensionato Vanelli, che dovrebbe rimanere per un anno ancora!, e annunciando invece la ricerca di un’ulteriore figura che si occuperà della direzione culturale e scientifica.

A fare le spese di questa assoluta mancanza di programmazione e di reale volontà di cambiamento sono le realtà considerate minori, schiacciate da un sistema ben consolidato che si autoalimenta da decenni, e i lavoratori della cultura, sempre più privi di diritti e tutele. Questi dovrebbero essere i primi interlocutori dei rappresentanti delle istituzioni, che si dimostrano sempre più distanti dalla realtà che dovrebbero gestire e di cui dovrebbero garantire non solo la sopravvivenza, ma un brillante futuro.